Dopo la conquista del territorio milanese, Francesco I ebbe modo d’osservare le opere d’architettura dell’’Italia settentrionale e, come protettore delle arti e delle scienze, riuscì a richiamare in Francia Leonardo da Vinci. Il desiderio del sovrano di vedere in un edificio gli elementi dell’architettura rinascimentale italiana fusi con quelli della tradizione francese fu inizialmente esaudito, in modo parziale, con l’allargamento del castello di Blois. Anche Leonardo da Vinci lavorò nel 1517 ad un progetto per un progetto mai costruito, ma nel 1519 morì a Clòs-Lucé, vicino ad Amboise, si dice fra le braccia di Francesco I che era corso al suo capezzale.
Fu in quell’anno che vennero iniziati i lavori per il grande edificio voluto dal re come residenza di campagna e come riserva di caccia, collocato nella tenuta di Chambord, sul luogo di un più antico fortilizio che venne smantellato per far posto al nuovo castello.
Dal 1526 lavorarono al castello e ai suoi ampliamenti ben milleottocento operai. I dati d’archivio non ci tramandano il nome dell’architetto che progettò il complesso, però l’analisi strutturale rivela delle profonde influenze del pensiero leonardesco ed uno strettissimo legame con alcuni progetti di Domenico da Cortona. Quest’ultimo aveva, infatti, realizzato, durante la sua permanenza in Francia sotto Carlo VIII, un modello ligneo di castello basato su un mastio a pianta quadrata, dotato di grandi saloni con pianta a croce che ripartivano ogni piano in quattro settori con appartamenti identici. Uno dei bracci della croce era occupato nel progetto da scale dritte che mettevano in comunicazione i piani. Il mastio centrale del castello di Chambord rispetta ampiamente questo modello, che si ricollega così all’architettura italiana e ad ispirazioni classiche. La pianta a croce era infatti rimasta abbandonata dall’antichità e solo la basilica di San Pietro a Roma, opera del Bramante del 1507, ne aveva fatto uso. Da questo stesso insigne monumento derivano anche i soffitti a cassettoni del castello, di gusto classico. La ripartizione dei piani in appartamenti distinti ma uguali rivela una forte influenza delle ville toscane contemporanee, mentre d’impronta leonardesca sono i grandi terrazzi e la magnifica scala a vite posta nel centro delle sale a croce. Questa tipo di scala, pur rifacendosi alla concezione medievale, la supera con la sua originale divisione in due scalee separate dalle numerose aperture sui bracci dei corridoi. Un tributo alla tradizione francese già medievale è d’altra parte la presenza di robuste torri cilindriche agli angoli del mastio, che però s’armonizzano perfettamente con l’edificio.
I lavori di costruzione si protrassero per molti anni: attorno al 1537 fu completato il mastio, nel 1540 furono costruiti due paini dell’ala con l’appartamento reale, il piano terra dell’ala con la cappella e i soli muri delle dipendenze, mentre solo nel 1547, alla morte di Francesco I, l’ala dell’appartamento reale venne del tutto conclusa.
Il mastio, sede della corte reale, presentava dunque ad ognuno dei tre piani delle sale disposte a croce, dove si teneva la vita sociale dei cortigiani. Al secondo piano, dove i soffitti delle sale erano arricchiti da cassettonature a volte, dovevano tenersi i balli. Nei settori distinti dei bracci della croce si trovavano quattro appartamenti per piano, oltre ad altri quattro collocati nelle torri d’angolo. Ogni appartamento, uguale agli altri, era composto da una grande sala alta quanto il piano e da due stanze, uno studio ed un guardaroba, sopra alle quali vi erano delle stanze per il servizio. Quasi tutti gli ambienti (trecentoquarantacinque su quattrocentoquaranta) avevano a disposizione un caminetto per riscaldare in maniera indipendente gli appartamenti. La scala centrale, a doppia vite e sormontata da una lanterna, raccordava i diversi piani fino alla sommità del castello. Questa è da porre in relazione ad un progetto leonardesco per una scala a vite formata da ben quattro gradinate distinte e sovrapposte, cioè dallo stesso numero dei quartieri e dei bracci della croce del castello. È quindi probabile che la scala dei disegni di Leonardo da Vinci, forse concepita per Chambord, sia stata poi semplificata durante la realizzazione dai maestri muratori del cantiere.
Dalla sommità della scala s’accede ai grandi terrazzi, la cui presenza risponde ancora ad un’idea di Leonardo, che con questi voleva consentire d’ammirare negli edifici le sovrastrutture dei palazzi. Lungo i camminamenti che ricalcano la pianta a croce, o su quelli che seguono il perimetro delle ali e delle torri, la corte poteva passeggiare ed appartarsi per osservare sia la campagna circostante, e le cacce che vi si tenevano, sia le decorazioni del tetto del castello. Come si nota anche in distanza, la parte alta del mastio è affollata d’abbaini con sovrastrutture classicheggianti all’italiana, da torrette, da padiglioni e da eleganti comignoli ornati di colonne, nimbi, frontoncini, salamandre e motivi geometrici in ardesia, applicati a creare una bicromia simile a quella dei monumenti italiani in marmo policromo. Al centro del tetto spicca la parte superiore della lanterna che, posta sulla scala a vite, s’eleva per trentadue metri. Originariamente aperta (le vetrate sono state aggiunte tardivamente), essa è sostenuta nella parte alta da archi aggettanti d’ascendenza medievale, ma ormai a tutto sesto. Le sculture presenti all’interno del mastio, eseguite fra il 1525 ed il 1550, mostrano una profonda influenza dell’arte italiana d’ispirazione classicheggiante. Nei riempitivi dei capitelli degli stili antichi s’osserva tuttavia l’innesto di un gusto realistico tipicamente francese.
L’appartamento reale, posto nell’angolo nord-orientale e concepito in parte come gli altri, era fornito di due stanze aggiuntive. Una, di grandi proporzioni ed allungata, era il salone per le udienze ufficiali, illuminato da file di finestre come alcune sale della reggia di Fontainebleau. L’altra stanza, più raccolta e raggiungibile attraverso una scala, era uno studiolo privato in stile rinascimentale italiano. Compreso tra due pareti con finestre, il soffitto cassettonato era ornato con sculture di salamandre e con l’iniziale “F” di Francesco I.
La cappella, collocata a nord-ovest, mostra anch’essa profonde influenze dell’arte italiana e, attraverso questa, dell’arte classica: doppie colonne doriche e frontoni s’uniscono alla grande volta a tutto sesto. La pianta del castello così concepita, nel rigore della sua simmetria, rivela un valore simbolico: il mastio, sede della corte con appartamenti regolarizzati, è posto tra l’ala di Francesco I e quella della cappella, cioè fra il re e Dio. Altre teorie, basate sull’osservazione del parco, si spingono oltre vedendo nei boschi di alberi ad alto fusto il simbolo del popolo e nel muro circolare di cinta della tenuta, lungo 33 km, il simbolo dei confini della Francia.
La vita ed il movimento all’interno del castello si tenevano principalmente nelle sale a croce e sulle scale. I cortigiani, infatti, per muoversi tra i piani e gli appartamenti, facevano uso della scala centrale e delle sale, oltre che dei loggiati che portano alle torri d’angolo. Per circolare tra i piani era possibile utilizzare anche delle scale a chiocciola che, attraversando lo spessore delle torri angolari, univano tra loro i piani e i pianerottoli degli appartamenti. Attraverso queste si potevano raggiungere anche i servizi igienici posti al pianterreno.
Francesco I, insieme alla moglie Eleonora, alla favorita Anna d’Heuilly e alla corte, risedette saltuariamente a Chambord, al castello di Chambord. Il sovrano, infatti, oltre a tenervi alcuni incontri ufficiali, vi si recava usualmente solo alcune settimane ogni due anni per la caccia. Egli, d’altronde, oltre ad essere trattenuto dagli impegni ufficiali, disponeva di molte altre tenute per la caccia. Con lui arrivavano anche molti arredi, che si trovavano quindi nel castello solo per brevi periodi. Si trattava in complesso di bauli, cassoni, letti a castello e tappezzerie, tra cui molti arazzi che ornavano le pareti rendendo più caldi gli ambienti.
Un arredo particolarmente lussuoso fu posto in opera dal barone di Montmorency (gran maestro delle cerimonie) nell’inverno del 1539, quando il castello ospitò Carlo V. L’imperatore, che si dice fosse preceduto da fanciulle che gettavano petali di fiori, ammirò il castello definendolo, assieme agli oggetti in esso esposti, “una sintesi di ciò che può effettuare l’industria umana”. Francesco I, grand’estimatore del fascino femminile, ammise ben ventisette damigelle nella sua casa e molte altre nella casa della regina. Egli disse, infatti, che “una corte senza donne è come un anno senza primavera ed una primavera senza rose”. Tuttavia nell’autunno del 1545 egli stesso, rattristato, scrisse una vetrata col diamante di un anello le parole “la donna è mobile, infelice chi si fida”.
Morto Francesco I, la residenza (non il Castello di Chambord) fu posta a Parigi: il figlio e successore Enrico II continuò tuttavia i lavori a Chambord, realizzando il secondo piano della cappella e tutte quelle strutture ornate dal “H” scolpita, suo emblema. Nel 1522 fece firmare un trattato che univa sotto la corona i tre vescovadi di Toul, Metz e Verdum, da lui precedentemente occupati. Alla sua morte, nel 1559, i lavori al castello s’interruppero, anche se Caterina de’ Medici continuò a frequentare il palazzo in compagnia dei figli. Carlo IX era particolarmente appassionato di caccia, e si raccontano molte leggende sulla sua abilità venatoria e di cavaliere. Si dice, infatti, che egli fosse capace di seguire un cervo fino a stancarlo pur senza usare i cani, mentre un'altra leggenda racconta come il sovrano, dopo aver cavalcato per dieci ore ininterrottamente ed aver sfiancato cinque cavalli, abbia suonato il corno con tanta violenza da sanguinarne.
Dopo la sua scomparsa, nel 1574, il castello rimase per circa cinquant’anni scarsamente utilizzato, dato che Enrico III ed Enrico IV ben di rado vi fecero visita. Nel 1626 Luigi XIII fece dono a suo fratello Gastone d’Orléans della contea di Blois, in cui era compreso il castello di Chambord. Questo dono pare in realtà non fosse dettato da motivi affettivi, ma anzi dal desiderio di liberarsi dei dubbi sulla fedeltà di Gastone. Egli, come nuovo padrone, eseguì i primi lavori di riparazione alla residenza. Si racconta che per giocare con la figlia, a cui era particolarmente legato (essa diverrà “Grande Mademoiselle”), Gastone d’Orléans accettava di salire e scendere una delle rampe della grande scala a chiocciola, mentre la figlia si muoveva sull’altra sena mai incontrarlo.
Più tardi il castello tornò a far parte dei beni della corona e Luigi XIV, pur soggiornandovi solo nove volte, intraprese grandi lavori di restauro e di trasformazione. Egli abbandonò l’antica ala reale di Francesco I per trasferirsi in nuovi appartamenti appositamente ristrutturati sulla fronte del castello. Nuove sale al primo piano e lussuosi arredi vennero ad arricchire il castello del 1680, insieme ad un nuovo accesso monumentale con frontone. Anche la tenuta, che fino ad allora era formata da vegetazione spontanea, venne in parte regolarizzata con parchi. Qui nel 1669 Molière e Lulli scrissero il “Monsieur de Pourceaugnac”, che fu presentato in anteprima al re. Si ricorda che, a causa dell’indisposizione del protagonista, Lulli stesso accettò all’ultimo momento di ricoprire il ruolo per non privare il re dello spettacolo. Nonostante Lulli recitasse con indubbia capacità e le situazioni comiche abbondassero, egli s’accorse che Luigi XIV non rideva. Nemmeno la vivace scena degli speziali riuscì a strappare un sorriso al regnante. A questo punto, improvvisando, Lulli discese velocemente dalla scena e, presa la rincorsa, saltò a piè pari sul clavicembalo dell’orchestra, frantumandolo con grande fracasso. A questa comica situazione il re scoppiò in risate, applaudendo e decretando la riuscita dell’opera. L’anno seguente fu rappresentata nel castello un’altra opera di Molière, “Le Bourgeois Gentilhomme”. Si racconta che nel castello, in quei tempi, Anna Maria Luisa d’Orléans avesse dichiarato il suo amore al duca di Lauzun scrivendo il nome dell’innamorato su uno specchio che aveva appannato con l’alito.
Le nuove preoccupazioni di Luigi XIV, prima fra tutte la guerra, impedirono la realizzazione completa dei lavori, che furono portati avanti da Stanislao Leszczynski, a cui il genero Luigi XV aveva fatto dono del maniero nel 1725. Vent’anni dopo il castello passò in proprietà del maresciallo de Saxe, vincitore di Praga, Fontenoy, Rocourt e Lawfeld. Nel castello furono allora di stanza, per esplicito volere del re, i volontari del reggimento de Saxe, tra cui polacchi, ungheresi, turchi e tartari dalle sgargianti uniformi, oltre alla “compagnia colonnella” di negri della Martinica montati su cavalli bianchi dell’Ucraina. Nel 1750 il maresciallo de Saxe, noto per la sua passione per le donne, morì misteriosamente: non forse di polmonite come si diceva, ma piuttosto caduto in un duello col principe di Conti a causa della moglie di quest’ultimo. Dopo la sua morte, per sei giorni i cannoni del castello spararono una salva ogni quarto d’ora in segno di lutto.
Dopo esser appartenuto ad altri proprietari il castello rischiò d’essere demolito dopo la Rivoluzione, e nel 1793 gli arredi vennero dispersi. Lo stato critico del castello continuò sotto l’impero di Napoleone, quando l’edificio fu del maresciallo Berthier, e durante la proprietà del duca di Bordeaux. Gustave Flaubert, durante una sua visita, scrisse righe di grande suggestione alla vista delle sale vuote, “dove il ragno tesse la sua tela sulla salamandra di Francesco I”.
Nonostante numerosi lavori, come il rifacimento della lanterna e di tutte le travature, l’edificio continuava a trovarsi gravemente compromesso quando nel 1947 lo Stato iniziò un restauro durato ben trent’anni e non ancora completato. Aperte al pubblico, oggi le sale del castello contengono arredi, tra cui gli arazzi posti nelle stanze di Luigi XIV, e quadri, tra cui i ritratti di Enrico III ed Anna d’Austria. Altre stanze contengono oggetti appartenuti al duca di Bordeaux, conte di Chambord ed ultimo pretendente legittimo al trono di Francia. Di lui si conservano un letto ed una batteria giocattolo di cannoni in miniatura. Al pianterreno sono esposte le carrozze mai utilizzate, costruite da Hermès nel 1871, con cui il conte di Chambord avrebbe dovuto far ingresso nella capitale per salire al trono.
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