Le dipendenze del castello ospitano un’eccezionale Sala dei Trofei, ricca di oltre duemila corna di cervo, e un canile con settanta splendidi esemplari di cani addestrati per la caccia ad inseguimento. Regolarmente i proprietari di Cheverny organizzano delle cacce, molto apprezzate ai circoli venatori.
Al contrario d’altri castelli, come Blois e Chambord, i cui interni sono pressoché vuoti, quello di Cheverny mostra una magnifica ed intatta decorazione d’epoca Luigi XIII. Il raro privilegio di cui ha goduto il castello è infatti quello d’essere stato di proprietà della stessa famiglia (tralasciando un breve passaggio nel 1564 a Diana di Poitiers, e ciò ha permesso una grande unitarietà nel gusto e nello stile.
Sappiamo che nel 1315 il castello di Cheverny era un semplice frantoio: a quell’epoca era già celebre la famiglia degli Hurault che, di padre in figlio, furono segretari, ministri, cancellieri sotto vari sovrani, da Luigi XII ad Enrico IV. Nel 1490 Jacques Hurault, intendente di Luigi XII, decise di trasformare il frantoio in un castello: sorse così un edificio “con un fossato, un ponte levatoio, torrette, barbacane e qualche altra forma di difesa”. Questo castello, di cui non resta più nulla se non un disegno, sembra si trovasse sulle attuali dipendenze. Un documento ci dice che il castello, così come lo vediamo oggi, quello sorto a partire dal 1634, fu costruito “sul luogo dell’antico”: ma resta da vedere se la frase “sul luogo” stia a significare “sullo stesso luogo” oppure “al posto di”.
In ogni caso la storia di Cheverny è legata ad una celebre e fosca vicenda, come ci viene raccontata nelle Memorie del Marchese Dufort de Cheverny, storico, che qui ha abitato durante la Rivoluzione. Henri Hurault aveva ereditato la tenuta nel 1599, all’età di 24 anni. Aveva sposato, giovanissimo, l’undicenne Françoise Chabot, ma i due sposi avevano vissuto quasi sempre separati, a causa delle lunghe campagne militari a cui partecipava Henri. Un giorno che il giovane si trovava a Parigi, alla corte di Enrico IV, il re, per scherzare, mise due dita della mano, a forma di corna, sopra la testa di Henri. I presenti si misero a ridere, ma uno specchio rivelò al conte che lui medesimo era l’oggetto di divertimento. Senza una parola, il giovane montò a cavallo e cavalcò fino ad arrivare a casa all’alba. In gran silenzio, il conte si fece aprire le porte ed arrivò nella camera della moglie ignara. La storia ci dice che il giovane paggio con cui la donna si consolava delle lunghe assenze del marito fece appena in tempo a saltare da una finestra ma, caduto in malo modo, si ruppe una gamba e il conte lo finì con la spada. Poi, accompagnato da un sacerdote, tornò nella camera della moglie, reggendo in una mano un bicchiere di veleno e nell’altra la spada, annunciandole che sarebbe ritornato fra un’ora e lasciando la donna angosciata nella sua terribile scelta. Allo scadere dell’ora, l’uomo fece ritorno, la moglie scelse e bevve il veleno e morì. Le cose dovrebbero essersi svolte più o meno così, anche se il registro parrocchiale di St. Martin de Blois ci dà una versione certamente più autentica. Si legge, infatti, che “il sabato 26 gennaio… la contessa di Cheverny fu avvelenata per il suo adulterio e si dice che quando il maestro Guglielmo e suo figlio, chirurgi, la aprirono, vi trovarono un bambino di mesi cinque e mezzo e il suddetto giorno uno chiamato Chambelin, gentiluomo di Borgogna, sospettato per il fatto, fu ucciso nel detto castello di Cheverny”. Quale che sia il vero svolgersi dei fatti, certo è che Henri Hurault, dopo aver portato a termine la sua terribile missione, se ne tornò la sera stessa a Parigi, in tempo per il cerimoniale del “coucher du roi”. Quando il re apprese i tristi eventi, di cui effettivamente era stato il primo responsabile, s’irritò moltissimo ed esiliò il conte per tre anni nelle terre di Cheverny. Qui Henri s’innamorò della figlia del suo balivo e la sposò: fu proprio questa seconda moglie del conte, che le cronache ci descrivono donna economa, intelligente e di gran gusto che, dirigendo essa stessa i lavori, si preoccupò d’ingrandire ed abbellire il castello, incaricando per questo l’architetto Bohier e il pittore Jean Mosnier.
Discendente diretto degli Hurault, il marchese di Vibraye, trasmise poi la tradizione ai nipoti, il visconte e la viscontessa di Sigalas, che alla sua morte ereditarono i possedimenti e che ancora oggi vivono a Cheverny di cui mantengono intatto l’antico splendore.
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